napoli

Con ostinazione, senza contentarmi delle parole, degli appassionati ricordi, continuo a illudermi di poter trasmettere agli altri che amo, ai miei figli, le mie esperienze, attraverso odori che vorrei risuscitare, voci, colori, descrizioni che dovrebbero potere reincarnare una realtà che non voglio accettare come morta, ormai. Napoli. Scendiamo alla stazione di Margellina, so a memoria che di fronte c'è la trattoria Vini e Cucina, che sul suo tavolo sono disposti dei piatti con le zucchine in scapece, i pulpetielli alla Luciana, i supplì, piccoli sartù di riso, bombe fritte, mozzarelle succose, pomodorini piccoli e sodi, ruchetta, fiorilli fritti e quant'altro questa città riesce a esprimere come "un tutto" del il suo ineguagliabile senso estetico mai apparente, ma succoso e saporito. Come per i suoi fiori, mai soltanto belli ma sempre fortemente profumati, così la città, la sua polvere, il suo mare, il canto formoso delle donne, il nudo dei ragazzini neri di sole. Forma e sostanza, mai l'una senza l'altra, mai mediocri, mai a metà. Tutto fortissimo, tutto orribile, tutto bellissimo.
Avevo parlato a lungo a loro della luce che avremmo trovato all'arrivo a Napoli, dei rumori cantilenati che sarebbero penetrati dappertutto, come luci improvvise, degli odori forti e precisi, di quel senso di disperata felicità che questa città ti rovescia addosso, se la ami. Mi ero dilungata nella descrizione della gente, il popolo negli scuri budelli della città, rischiarati appena dai lumini accesi davanti alle madonne barocche nei loro altarini sempre vivi, o mi ero illusa di averlo fatto; la sua nobiltà generosa, squattrinata e antichissima, suntuosamente galante e pronta a tutto per mantenere la propria oziosa e inutile sopravvivenza. I palazzi ricchissimi e laceri, la vecchia madre imbalzamata ed incapace di parlare altro che in francese o nel più stretto napoletano; i venditori di tutto, ovunque, sfrontati e intelligenti, capaci di inventarsi tutto con grande abilità e di fartelo pagare quel tanto che basta per farli vivere, giorno per giorno, non scambiando mai il valore della vita con quello della sua durata. E i piccirilli, tanti, usati per losche attività delle quali non si accorgono: immane gioco della vita, quell'unico gioco, lungo i vicoli e le strade, che é loro concesso e che, anzi, devono fare. Rubare qualsiasi piccola cosa, correre via veloci, portare strani pacchetti a strane persone, infilarsi, agili e sottili (i vermicelli non gli hanno mai fatti ingrassare) attraverso piccoli pertugi per prendere non importa cosa purché appartenga ad altri. Ho parlato di loro con i miei figli, in questa visita a Napoli, e in questo modo, quasi inavvertitamente, ho parlato per metafora della mia stessa gioventù e la foga e la passione che ci ho messo mi appaiono ora come chiari e inequivocabili segni della mia rimossa coscienza di parlare di qualcosa che è finito, che non esiste più, che non saprò mai più comunicare loro nemmeno con l'amore. Qualcosa di irrimediabilmente perso. Peccato. E' solo il vivere le cose, i luoghi, le persone, che fa sì che tali luoghi, persone, cose, ti appartengano per sempre, entrino a fare parte della struttura stessa del tuo corpo, della tua anima. E questo non è possibile raccontarlo, comunicarlo, trasmetterlo per osmosi. Questa è una delle più dolorose illusioni, impotenze della vita, uno dei segni della nostra terribile incomunicabilità e, infine, della nostra implacabile, reale solitudine. Senza scampo. Quando la morte ci coglierà, il guscio della nostra esistenza si richiuderà implacabilmente, saldamente, per sempre. Ci porteremo dietro tutto, rumori, odori, canti, attese. Scompariranno, con noi, soprattutto i ricordi.
Davanti a noi si ergevano gli stessi palazzi che ricordavo, forse solo più stinti e più polverosi, accanto a questi, però, palazzine "moderne" senza alcuna storia né alcuna valenza estetica (perché Napoli è una esasperazione estetica, comunque e ancora) si sono moltiplicati con i loro colori verde pisello, marroncino, grigio topo. I balconi di queste case dovute al miracolo economico e alla corruzione della camorra, sono comunque pieni di fiori, ma qualcosa anche in questi fiori è diverso. E' solo la mia età a essere un'altra? Mi prodigo a spostare l'attenzione dei figli altrove da queste brutte costruzioni, a comportarmi da illusionista, tentare cioè di ipnotizzare la loro attenzione soltanto sui palazzi rosso pompeiano o su quelli rosei, con il balcone piccolo in ferro bianco, il basilico piantato nel secchio di ferro blu, la pagliarella per parare il sole forte e profumato, distoglierli dalle tende a righe bianche e marrò, proprio come se questa nuova realtà non esistesse, dato che davvero, io che conosco bene la città, so che le è estranea e proprio per questo per i napoletani terribilmente affascinante, quasi rappresentasse un gradino sociale più elevato, più simile a quello che si vede in televisione.meno vergognoso..
Non so se riesco nell'inganno che inconsciamente mi sono prefissa. Insisto a mescolare i miei ricordi vivaci e attraenti e ad imporli a loro, quasi come se fossero anche ricordi loro, e se fosse ancora la sola realtà esistente, ricordi da trasmettere di diritto, quasi geneticamente; insisto a sottolineare quei luoghi bellissimi e a me cari, mi ritrovo a dire:- no, questo non c'era, ma guarda aldilà, guarda come è forte e dolce questa città, guarda dietro quella porta socchiusa come é attraente quella innumerevole famiglia che sopravvive stretta e immutabile - ma so che non è più così, li sto ingannando perché voglio essere ancora giovane, bella, voglio essere quella persona che guardava Napoli così, tanti anni fa. Ma ora gli occhi dei miei figli guardano in modo diverso. Ne sono delusa e quasi ferita. Come se non apprezzassero il dono che gli sto porgendo. Guardano in realtà con occhi freschi, senza memorie, senza ricordi né stratificazioni di profumi, eventi, rumori, felicità, paure, speranze. Guardano Napoli senza la mia vita dentro. Peccato. Chissà quale sarà la loro vita, cosa di loro metteranno dentro le cose che vedranno e che vivranno, le loro "napoli", quali significati resteranno per sempre e accanitamente attaccati ai loro luoghi, ai loro profumi, alle loro gioie e chissà quale sarà la memoria tangibile che vorranno tenacemente passare ai loro figli, chissà se anche per loro tutto il vissuto sarà così forte da rimanere assolutamente impresso, come un amplesso d'amore, oppure se la realtà in cui vivono la loro giovinezza, (nella mia l'ombra della guerra e l'ombra della pace avvolgevano ancora il mondo) li farà vedere le cose intorno diversamente, forse essere meno appassionati, meno assolutamente certi di amare una cosa, una persona, una città, ma certamente più ricchi di potenzialità e di libertà, chissà se saranno capaci di cambiare, se necessario, la loro vita in un attimo, con coraggio e fermezza, se sapranno capire davvero l'oggetto della loro passione, chissà se anche loro sentiranno l'impulso assolutamente imprescindibile di comunicare questo oggetto (forse soggetto) appassionato ai loro figli, ai loro compagni di vita e se cercheranno di comunicarlo proprio nel modo in cui lo hanno amato loro e come vivamente lo ricordano, e chissà se saranno capaci, alla mia età, di illudersi di vedere ancora intatta quella realtà ormai remota, mantenere forte l'amore per quella improbabile "napoli" che è loro ancora sconosciuta, l'amore per quei rumori, voci, profumi che si saranno impastati ai loro giorni, avranno formato il profondo strato vitale del loro esserci. Chissà.