una provocazione



Lavoro in situ di Dan Graham sul tetto della ex Dia Foundation, Chelsea, New York

Parto dalla decontestualizzazione dell'oggetto nell'arte video dove il lavoro dell'artista è il contenuto e non il supporto, per azzardare a ipotizzare un percorso dove l'opera d'arte, nel corso del futuro prossimo, sia per destino pensata per scomparire, come gli esseri animati, la vegetazione, persino la pietra e il mare. Accettare che si consumi con il tempo, anche secolare, significa porre l’arte al centro della vita, perchè la vita scorre ed è solo la morte ad essere immobile e eterna. Ipotizzo un’arte che sia testimoniata dal suo progetto originario che ne permetterà la replica sempre autentica e unica. I musei diventerebbero così i luoghi della memoria, i contenitori delle tracce decifrabili che l’umanità scrive per disvelare la bellezza del proprio tempo, quei segni che per convenzione chiamiamo arte, e  sarebbero soprattutto archivi della documentazione della nostra storia culturale e non più le teche preziose che contengono anche opere il cui valore culturale è spesso sorpassato da quello economico. Di questa realtà, dettata anche dall’affollamento di una produzione irrefrenabile, l'arte concettuale e i progetti in situ annunciano già  negli anni recenti il teorema che ora l'arte del 2000 conferma: gli artisti non progettano più le loro opere per collocarle nei mausolei come oggetti inamovibili, protette da intemperie e preservate dal diventare "rottami", ma lavorano proprio sul concetto del riciclo inteso come rinnovo di idee (Picasso, Burri, Raushenberg, Tinguelly, Kienholz, Arman fino a Hirst, Daniel Spoerri, Tadeusz Kantor ed altri hanno già lavorato sul "resto", sullo scarto industriale e biologico in tutte le sue forme), come recupero delle e rinascita dalle scorie, come rinnovo della produzione, attivazione di un mercato di scambio che serva anche all'economia.

Siamo nell'era dell’iperconsumo, gli oggetti di uso sono prodotti in modo da essere velocemente superati da altri e in modo che non valga la pena di accomodarli nel caso di rottura, gli artigiani come i ciabattini, le sarte, i fontanieri e altro stanno cedendo il posto a operai specializzati delle industrie elettroniche che producono continuamente nuovi modelli di ogni utensile diventato per induzione indispensabile, e ogni aggiornamento sarà sempre più a buon prezzo. E' la politica del superfluo, contraddittoria rispetto alle rivendicazioni della sinistra del '900, è la politica radicata nell’illusoria equazione: maggiore consumo = maggiore ricchezza.
L’arte non può tirarsi fuori da questa svolta irreversibile della società dei consumi rifugiandosi nella sterile critica del cambiamento in atto. L'arte non può rimanere l'icona, l’oggetto sacro da venerar e da imbalsamare ma deve avere, come l'uomo, la dignità di esistere e anche quella di finire.
La maggior parte delle opere d’arte di oggi sono mobili, realizzate con materiali deperibili e nella consapevolezza che non verranno esposte nei cosiddetti luoghi a questo deputati ma in ambiti polivalenti che, piuttosto che dagli addetti ai lavori, saranno visitati forse da chi non conosce l’arte, da chi si muove non per cultura ma per curiosità. E queste opere sono progettate e dedicate anche a questi fruitori occasionali. L’artista è quindi cosciente che certi suoi lavori verranno distrutti e la materia prima riciclata, sa anche però che la loro permanenza nella storia permarrà nel progetto: l'anima, il germe dell'opera d'arte stessa.
Ne giardino della casa di Daniel Buren, in un paesino vicino a Parigi, si trova un grande capannone. Un giorno, ospite di Daniel e Chantal, ne ho oltrepassato la soglia e mi sono trovata dinanzi a cataste immense di rottami, legni a strisce di tanti colori, materiali vari con i quali Daniel ha prodotto nel tempo le sue magnifiche opere in situ. Avrei voluto prenderne un pezzetto, rubarlo come un tesoro, avere almeno un frammento di un’opera che mi aveva riempito di emozione. Erano rottami dei lavori che a un pubblico abituato a visitare i musei tradizionali, avevano suscitato il sacro rispetto dell’icona. Di quelle opere  ora rimangono i preziosi e rigorosi progetti, perfetti per riprodurre l’opera virtualmente ovunque. La sostanza, la materia e anche i suoi colori  sono divenuti scarti. Questo è un aspetto importante di molte opere d'arte della nostra epoca.
Tra l’altro esiste da tempo il problema del restauro delle opere del tardo novecento, quelle dell'arte povera. Quasi tutte sono state realizzate con materiali effimeri, paglia, carta, vetro, animali vivi, carbone, fascine di rami secchi, ricami, fiamme ossidriche, impossibile perciò il loro recupero dopo il naturale declino e impensabile clonarle. Occorre quindi accettarne la durata nel tempo come un elemento fondante del loro stesso esistere.
A Firenze avevano progettato di sostituire con una copia il Perseo che taglia la testa alla medusa. di Benvenuto Cellini, affinché le intemperie non sciupassero questo capolavoro. Ma il Cellini ha progettato la sua scultura per quel luogo preciso e senza porsi il problema se l'alternarsi delle stagioni l'avrebbe potuta deteriorare: la ha realizzata dandole, e qui è la sua bellezza, la dignità di esistere nel respiro della vita e quindi anche di venire, da questo ritmo, distrutta.  Non voglio più mausolei, macro strutture immobili e ingombranti, monumenti di artisti architetti che contengono monumenti di artisti visivi, code monumentali di visitatori per partecipare ai monumentali e mondanissimi vernissage. Voglio che l'arte respiri, si offra alla magia dello sguardo con la sorpresa e la meraviglia che sempre tutto ciò che può finire ci dà.  La video arte è stata anticipatrice della riduzione del significato di proprietà e di appartenenza e da questa pratica nasce la mia provocazione.
Deleuze sosteneva che agire sulla sottrazione è più importante che amplificare le cose, i concetti. Contrastare la società che fagocita tutto, ma che è creata e ricreata da ognuno di noi ogni giorno per saziare la nostra frenesia di vivere di più, più veloci e in meno tempo, è un'utopia.  L’arte fa parte della vita quotidiana, si evolve o si devolve con noi, l'epoca della sublimazione è davvero finita, ma questo non toglie che le opere d'arte del nostro tempo siano davvero sublimi e inducano all’incanto e al disincanto, forse proprio perchè non destinate alla permanenza nella storia al di là del tempo immaginabile per ‘una’ vita.
Parlando di “recupero”, non ho di proposito citato Duchamp perché, pur essendo il precursore dell'importante processo di designificazione del percorso artistico dal '900, non ha mantenuto il significato semantico dell'oggetto estrapolato, nel suo "ready made",  ma lo ha sublimato, decontestualizzandolo. Ha preso infatti degli oggetti consueti per porli altrove (nel museo), li ha tolti dalla convenzione banale dell'accezione comune per mostrarne un’altra bellezza, ha cambiato solo il punto di vista togliendo il valore di uso dell'oggetto e trasformandolo in "altro"(Marcel Broodtaers diceva: da Duchamp in poi l'artista è l'autore di una definizione che si va a sostituire a quella propria dell'oggetto che ha scelto"). Con la partita a scacchi giocata con l’alter ego Rrose Sélavy o nella cabala del grande vetro “La Mariée mise à nu par ses célibataires, meme”, sul quale ha lavorato per 13 anni e nel quale l’involontaria rottura occorsa durante un trasporto dell’opera diviene parte della stessa (inizio della valorizzazione della rottamazione), o ancora nel piccolo foro della serratura di una porta che permette alla curiosità del visitatore di spiare oltre,  Duchamp sviluppa una concezione fondata sempre più su una elaborazione mentale che lo porta a spostarsi progressivamente dall’arte visiva fino ad arrivare all’arte concettuale. Credo che l’artista oggi si muova diversamente, usi la storia come punto di partenza per effettuare poi un percorso che riflette la vita metropolitana del poprio presente e non cerchi di restituire nessun'estetica ai rottami, concetto pur sempre privilegiato e quindi borghese, ma che accetti la non estetica per quello che è, senza esorcizzarla con magie, rispettando  la desolazione di quello che le città vivono oggi, consapevole che l'arte non dove abbellire ma insegnare ad amare la realtà, a vederne un'altra bellezza, quella più nascosta e indicare che del degrado la vergogna non è di chi lo vive ma di chi lo induce. Duchamp ha lavorato invece "dall'alto della sua straordinaria intuizione, da un privilegio che oggi non potrebbe esistere, da gran signore, il suo urinatoio diventa persino elegante e nessuno ci farebbe pipì.
E’ solo Il concetto borghese che esorcizza e nasconde la malattia, la vecchiaia e la morte, che indica il residuo come vergognoso e la periferia come il luogo desolato, limitrofo di una centralità  per antonomasia“bella ”. L’artista oggi sa che deve ridare dignità a questa periferia, a questo limite che oltrepassa il concetto di bellezza prefabbricata, perché riconosce il naturale degrado delle cose nel degrado del  corpo di tutti. Occorre imparare a non pensare all’opera d’arte come a un patrimonio stabile  per diritto, che  sopravviva nei secoli preservata da quegli oltraggi che invece offendono e umiliano continuamente le persone umane, imbalsamata perché resista oltre il passaggio naturale delle cose viventi. L’artista oggi,  più che di arricchire un museo con la sua opera, lavora per ridare dignità all’essere umano, per indicargli quella libertà che gli permetta di godere della bellezza della vita e quindi della bellezza dell'arte, lavora quindi per rendere l'uomo consapevole di essere parte di tutta la bellezza del mondo. Ma non bisogna vergognarsi del brutto: perchè il rifiuto è  spesso davvero sublime rispetto alla squallida perfezione esteriore cui la società tutta tende...
procida, novembre 2010